A CHRISTMAS TALE: LOST IN TRANSLATION

With the first pick in the 2006 NBA Draft, the Toronto Raptors select… Andrea Bargnani from Italy”

Il commissioner David J. Stern ha appena finito di pronunciare la ormai rituale frase che accompagna l’ingresso della prima scelta del draft che tutti i siti sportivi americani hanno in bella evidenza la foto con il “cap” dei Raptors di un ragazzone romano di vent’anni e 211 cm. Un giocatore che era stato appena eletto Rising Stars dell’Eurolega (premio riservato agli under 22) e vincitore da protagonista dello scudetto con il Benetton Treviso allenato da David Blatt, un talento  che univa fisico e mezzi tecnici di primissimo piano, in assoluto il primo europeo chiamato con il “numero uno” da una franchigia NBA. Una benedizione divina che l’Italia cestistica aspetta ormai da più di un decennio e che schiude allettanti prospettive  a livello di nazionale, dove finalmente si può pensare di poter rivaleggiare con le superpotenze come Spagna, Francia, Serbia, Croazia, Lituania e chi più ne ha ne metta. Non andrà così, purtroppo.

Il “Mago”, soprannome coniato da Riccardo Pittis, ha la mano molto educata – ottimo tiratore anche da tre punti – e l’abilità a giostrare lontano da canestro che fanno girare molte teste ma sono abbinate a un temperamento non propriamente ardimentoso, particolare che causa le prime avvisaglie già in avvio di carriera NBA. La sua stagione da matricola infatti inizia in sordina e prende quota lentamente: ci vogliono sei settimane per registrare la sua prima doppia-doppia (18 punti 10 rimbalzi conditi da 6 stoppate) contro Golden State. Il rendimento dell’ala cresciuta nella Stella Azzurra  però cresce e arriva la convocazione per la sfida tra Rookies e Sophomore nell’ambito dell’All star Weekend di Las Vegas 2007, dove si mette in evidenza con 12 punti. La stagione si chiude con 11,6 punti di media con un massimo di 25, nonostante una appendicite lo fermi per un mese: i Raptors vanno ai playoff, ma escono al primo turno contro i New Jersey Nets (2-4).

Il rapporto difficile con coach Sam Mitchell non fa decollare le chances di Andrea, che anche nelle successive due stagioni viene sballottato tra il ruolo di centro – poco consone alle sue caratteristiche – e quello più perimetrale di ala piccola, mentre Toronto prova a costruire attorno a lui, l’emergente Chris Bosh e il veterano Jermaine O’Neal. Ma dal 2008 le apparizioni ai playoff si faranno sempre più una chimera per i Raptors, che un paio d’anni più tardi compiranno il passo di cedere agli Heat la stellina Bosh, facendo così di Bargnani il giocatore-franchigia dei canadesi.

Con l’allontanamento di Mitchell – che comunque non serberà parole dolci per l’attitudine alla pugna dell’ala romana – e l’approdo come capo allenatore di Jay Triano, assieme al nuovo ruolo di giocatore-alfa di Toronto, il rendimento di Bargnani si innalza e chiude a 21.6 di media quella che rimarrà la sua miglior stagione americana. Memorabile la serata al Madison Square Garden nella quale ne mette 41. Ma i playoff non arrivano, Andrea chiude anzitempo per infortunio la stagione  e gli spifferi – stavolta anche dai Colangelo, plenipotenziari della società canadese – sono sempre maggiori. Seguono due annate “monche” con problemi muscolari di varia natura, finchè il 10 luglio 2013 passa ai New York Knicks, dove dopo un inizio difficoltoso riemerge e si guadagna il posto in quintetto. Ma i guai non sono finiti: Phil Jackson, responsabile assoluto dei newyorkesi, lo vede come il fumo negli occhi e lo crocifigge pubblicamente – parla di scarso impegno, poca adattabilità e chiari limiti caratteriali -,  lui  vede più i camici bianchi dei medici che le canotte degli avversari e in due annate gioca solo 71 delle 164 partite in maglia blu-neroarancio. I Knicks guatano mestamente i playoff col binocolo e Bargnani attraversa il fiume Hudson per accasarsi ai Brooklyn Nets.

Anche ai Nets il valzer è il solito e progressivamente le fortune di Bargnani, angustiato dai cronici problemi, vanno a Sud.  Finisce ai margini delle rotazioni fino a risolvere il contratto nel febbraio 2016. Sarà l’ultima stagione in America del romano, che nel luglio dello stesso anno “porterà i suoi talenti” al Baskonia (Spagna), club che disputa l’Eurolega. Il 26 aprile 2017, al culmine dell’ennesima enigmatica apparizione, Bargnani passa e chiude transando il contratto con gli spagnoli. Da lì in poi fa perdere le sue tracce.

Qualche post su Facebook da Singapore (sic), una comparsata gastronomica (arci-sic) estiva in Valtellina, qualche timido approccio di società italiane per sondarne la disponibilità. Gli addetti ai lavori ormai non si chiedono più cosa vorrà fare uno dei più grandi interrogativi del basket italiano, un capostipite – suo malgrado, verrebbe da dire – del “quattro” moderno, in grado di colpire dalla linea dei tre punti con una facilità disarmante, mettendo palla per terra come un esterno. Probabilmente fosse nato una decina di anni più tardi avrebbe fatto fortuna nel tipo di basket rutilante che oggidì viene messo in scena tra i professionisti americani, dove una conclusione da tre punti viene presa anche dal Brook Lopez di turno, stravolgendo ruoli e abitudini inveterate nelle menti di chi ha visto (troppo?) basket.

Già, probabilmente con il coach giusto, con i compagni e l’ambiente appropriati… Ma la domanda è lecita:  tutto questo, al buon Andrea, sarebbe poi interessato?