BASKETBALL STORIES: GUERRA FREDDA SUL PARQUET

Ci sono dodici medaglie d’argento che attendono ancora di essere ritirate nel caveau del Comitato Olimpico a Losanna. “E attenderanno per l’eternità” spiega Kenneth Davis, uno dei membri della squadra statunitense che alle Olimpiadi di Monaco 1972 terminò al secondo posto il torneo di basket “Quelle medaglie non sono nostre, non ci appartengono. Noi abbiamo vinto l’oro”.

Scenario  Era la notte tra il 9 e il 10 settembre 1972, appena quattro giorni dopo il sanguinoso attentato terroristico ai danni degli atleti israeliani. La finale del torneo olimpico di basket vedeva in campo sul parquet della  Basketball Hall di Monaco di Baviera l’Unione Sovietica e gli Stati Uniti. A quel tempo, i russi avevano l’egemonia in Europa, mentre gli Usa non schieravano ancora i giocatori professionisti del campionato NBA. Il confronto quindi era, dal punto di vista dell’esperienza, impari: da una parte, campioni affermati che avevano vinto sui parquet di mezzo mondo, con un autentico fuoriclasse come Serghey Belov e allenati dal giovane Vladimir Kondrashov. Dall’altra, un gruppo di giovani universitari di belle speranze condotti da un vecchio santone, come Hank Iba, coach difensivista e legato ad una concezione forse troppo antiquata della pallacanestro. L’orario di inizio era quantomento insolito, le 23.45 del 9 settembre 1972 e ciò era dovuto al fatto che la televisione americana intendeva trasmetterlo in diretta in un orario accettabile per i suoi telespettatori.

usa_urss_1972

La partita  Gli americani non erano favoriti, ma il curriculum delle squadre olimpiche statunitensi era lì a dimostrare una superiorità schiacciante nel corso delle varie edizioni : fino a quella sera si contavano ben 7 medaglie d’oro su 7 partecipazioni, 63 vittorie e zero sconfitte. Ma il loro mito quella notte cominciò a traballare. I sovietici presero subito il comando delle operazioni e piazzarono diversi break, che gli Usa faticavano a ricucire. All’intervallo, l’Urss conduceva 26-21 e tutto si sarebbe deciso negli ultimi venti minuti. Nella ripresa, due brutte tegole si abbatterono sul capo degli americani: prima Dwight Jones venne espulso assieme a Ivan Dvornij, una riserva fatta entrare – si mormorò – con il preciso scopo di innervosire l’avversario. Poi, alla ripresa del gioco si infortunò Jim Brewer (sì, quel Jim Brewer che giocò a Cantù la parte finale di una ottima carriera) e dovette abbandonare la contesa.

Rimonta  Gli Usa scivolarono lentamente indietro e andarono sotto di dieci punti a meno di sei minuti dalla fine. A quel punto, cominciò un’altra partita, con gli americani che, facendo fruttare le loro qualità atletiche, diedero vita a un recupero furioso che li portò sul -1 a 30″ dalla sirena finale (48-49). I russi, in completa confusione, sbagliarono l’ennesimo passaggio, Doug Collins – una quindicina d’anni dopo coach Nba di Michael Jordan ai Bulls – si involò a canestro ma venne proditoriamente atterrato da un fallo terminale.

Uno dei momenti del convulso finale: il tabellone segnalava un secondo alla fine.

Caos  Mancavano tre secondi alla fine quando, ancora sotto l’effetto del duro colpo, un barcollante Collins metteva a segno i due tiri liberi portando gli Usa in vantaggio per 50-49: quei tre secondi dureranno tre minuti perchè arbitri e giudici di gara persero completamente la testa. Accadde di tutto: un time-out chiamato forse irregolarmente dai sovietici mentre l’arbitro brasiliano Righetto aveva già fatto riprendere il gioco, la sirena che suona, gli americani che esultano per la vittoria. Ma l’intervento – diciamo pure l’abuso di potere – del segretario generale della FIBA  chiese di ridare i tre secondi ai sovietici, il cronometro impazzito che ne concede solo uno, nuova sirena, nuova ripetizione, l’ingresso di Edeshko che non poteva avvenire a termini di regolamento e il lungo lancio dello stesso Edeshko per Alexandr Belov che suggellava il canestro finale con una chiara infrazione di passi. Gli americani protestarono furibondi e il Board della Federazione ne rigettò il ricorso dopo una notte passata in camera di consiglio. Un podio tutto socialista (presenti solo Urss prima e Cuba terza) fece da sfondo alla cerimonia di premiazione, con gli Usa, che ancor oggi non riconoscono quella sconfitta, assenti per protesta contro il sopruso subito.

L'effimera esultanza americana

L’effimera esultanza americana e il canestro decisivo di Alexandr Belov.

 

Echi  Come si può immaginare, la propaganda sul caso fu notevole e le storie a margine diverse, tra le quali spicca quella di Alexandr Belov – soltanto omonimo del divino Serghey, non precisamente baciato dal talento ma dal fisico imponente -, l’autore del canestro contestato, che morì appena 28enne  nel 1978 per un tumore. In carcere, si dice, dove sarebbe finito per contrabbando di jeans americani: in realtà, forse, non andò esattamente così, ma tutto questo contribuisce ad alimentare la leggenda.

Un commento su “BASKETBALL STORIES: GUERRA FREDDA SUL PARQUET

  1. Fabio ha detto:

    Grande il nostro Bob. La storia la conoscevo bene, ma non tutta. Per esempio non sapevo che quel Jim Brewer era lo stesso che ha fatto le fortune della Cantù campione d’Europa!

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