SUMMER STORIES: L’epopea dei “Bad Boys”

“Sono passati 25 anni da quando i Detroit Pistons vinsero il primo dei loro titoli NBA ma il fenomeno dei Bad Boys ha mutato il paesaggio del basket americano, costringendo il commissioner Stern a varare regole più restrittive contro il gioco duro. In un certo senso, la NBA di adesso è figlia di quel periodo“.  (Donald Hunt, The Philadelphia Tribune)

C’è una immagine che potremmo definire esplicativa dell’essere un Bad boy. E’ quella che ritrae il quintetto dei Detroit Pistons che esce dal parquet prima del termine di garacinque dei playoff contro i Chicago Bulls di Michael Jordan nal maggio 1991. Manca meno di un minuto al termine del match, i Pistons arrancano sotto un ventello e contemplano l’addio al terzo titolo dopo aver compiuto il back-to-back dell’89 e del 90. Coach Chuck Daly decide che può bastare e toglie il quintetto titolare dal campo. Ma i cinque  non vogliono lasciare la scena con le tipiche smancerie di fine gara, del genere abbracci e complimenti agli avversari, auguri per la finale e figli maschi. No, non è nel loro DNA tutto questo. Escono senza nemmeno salutare i rivali chicagoani, con l’aria di chi non deve render conto di nulla e lo sguardo ad incrociare gli occhi dei tifosi come estremo gesto di sfida. Bad boys fino all’ultimo…

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Per capire chi sono stati e cosa hanno rappresentato i “cattivi ragazzi”  per la città di Detroit (detta The Motor City per la presenza sul territorio della General Motors, la più grande industria americana di automobili) non basta narrarne le loro gesta, ma occorre fare un salto indietro nel tempo, alle radici di quella che verrà definita la quintessenza della simbiosi città-squadra, così rara nel basket professionistico a stelle e strisce. Perché esiste un filo rosso che unisce i protagonisti sul parquet all’anima pulsante di una delle più grandi città statunitensi a matrice afroamericana (più dell’82% degli abitanti lo è), culla della MoTown Records e di artisti in campo musicale del calibro di Stevie Wonder, The Temptations, Diana Ross & The Supremes, Smokey Robinson e Marvin Gaye.

Anno di grazia 1981. La franchigia di Detroit proviene da un paio di stagioni nei bassifondi della Central Division (37 vinte a fronte di 127 perse) ed è divenuta lo zimbello della NBA. William Davidson, proprietario dei Pistons e  imprenditore nel campo dei ricambi per automobili, stava maledicendo il giorno in cui aveva deciso di emigrare dalla centralissima Cobo Arena al mastodontico e periferico Silverdome di Pontiac, un gigantesco impianto coperto creato per il football (quello Usa, per intenderci). Già pensava di ricollocarsi nella nuova Joe Luis Arena e spartire lo spazio con i Red Wings di hockey (vera attrattiva della città). Ma nel giugno 1981 la sorte fu finalmente benigna: i Pistons ebbero la prima scelta assoluta al Draft (allora si tirava la monetina per decidere chi tra le ultime due del campionato potesse ricevere il diritto alla prima chiamata), e la impiegarono per selezionare Isiah Thomas, guardia da Indiana University. Grande realizzatore, ball-handler di qualità superiore, il funambolico Isiah nascondeva un lato oscuro dietro il sorriso ammorbante. I Pistoni, ma soprattutto i loro rivali,  se ne sarebbero accorti a posteriori.

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Esattamente un anno dopo furono il centro Bill Laimbeer e la guardia Vinnie “Microwave” (microonda, perché produceva punti istantanei) Johnson a raggiungere Thomas nella città del Michigan, costituendo la pietra angolare sulla quale edificare negli anni successivi un team che potesse lottare per le prime posizioni. Grazie ad alcuni scambi di mercato (Rick Mahorn e Adrian Dantley) ed alle scelte nei draft di John “Spider” Salley, Dennis Rodman e Joe Dumars, il gruppo acquistò fisionomia.  L’arrivo di coach Charles J. “Chuck” Daly, dai Cavaliers dopo una annata disgraziata, fu la più classica delle olive sul Martini. La squadra salì di tono, entrando nei playoffs per quattro stagioni in striscia pur senza raggiungere la finale di Conference. Piano piano cambiò modo di proporsi in campo, virando verso un gioco più duro, aggressivo, ai limiti (e anche oltre) del provocatorio. Mahorn – indimenticato compagno di Jeff Ruland nei “Bruise Brothers” (fratelli livido, per via delle botte che elargivano) dei Washington Bullets e trasmigrato ai Pistoni nell’85 – non si fece certo pregare e diede vita assieme a Bill Laimbeer ad una versione riveduta  e corretta delle scazzottate da “spaghetti western”, con profondo disgusto tra i media e le alte sfere dell’Olympic Tower di New York (sede del quartier generale della NBA).

                             Laimbeer

Alcuni proditori interventi difensivi erano scientificamente studiati per intimidire le superstars, sconsigliandoli di avventurarsi sotto i tabelloni. Un cumulo di scorrettezze che sfociarono nel controverso decalogo delle “Jordan Rules”, un codice non scritto su come fermare il giovane asso dei Chicago Bulls ricorrendo a tutti i mezzi, leciti o meno. Già, perchè prima che il 23 in rossonero cominciasse a vincere anelli su anelli dovette ingoiare parecchi bocconi amari per merito (o a causa, fate voi) dei Detroit Pistons.

                                              MJ-Clobbered

Nel 1987, la franchigia del Michigan raggiunse finalmente la Finale della Eastern Conference contro i sempiterni Boston Celtics ma venne respinta con un discusso 4-2 (gara 5 fu quella della famosa palla rubata di Bird sulla rimessa di Thomas). L’anno dopo ci riprovò e fu la volta buona: superati Bulls e Celtics, i rossoblù entrarono per la prima volta nella storia della franchigia nella finale Nba, avversari i favolosi Los Angeles Lakers di Magic e Jabbar. Fu una serie straordinaria che terminò 4-3 per i californiani con Thomas che giocò letteralmente su un piede solo gara 6 chiudendola con 43 punti (di cui 25 nel solo terzo quarto). I Lakers spezzarono il cuore dei Pistons che avevano accarezzato l’idea del titolo vincendo le ultime due partite per un totale di 4 punti di scarto.

La stagione seguente, mercè qualche piccolo aggiustamento (James Buddha Edwars e Mark Aguirre in luogo di Adrian Dantley), i Pistoni compilarono un record di 63 vittorie-19 sconfitte e potevano puntare dichiaratamente al titolo. L’anima operaia della squadra si sposava benissimo con quella da “blue collar” della Motor City. Laimbeer e soci non si scandalizzarono certo delle definizioni che i media americani coniarono per loro ed anzi, con azzeccati spot girati per le Tv locali, propagandarono l’immagine dei Bad Boys, ambientandoli nelle periferie tra muri diroccati e abitazioni fatiscenti. L’identificazione tra una città “operaia” e le stelle del basket era al suo apice ed i Pistons – grazie al loro gioco “sporco” – diventarono così lo spauracchio dell’intera Nba, poco incline a vedersi rappresentata da un gruppo che non grondava simpatia, diciamola così. Anche i protagonisti ci mettevano del loro per avocarsi le ire dell’establishment con alcune uscite poco felici, per citarne una quella di Isiah Thomas nei confronti di Larry Bird: “Se Bird fosse nero, sarebbe solo un altro buon giocatore pro”. Il gioco duro era un marchio di fabbrica che negli anni novanta fece proselitismo a New York e Miami, e il board dell’NBA cominciava ad introdurre regole più restrittive. Intanto, il nuovo impianto (il Palace di Auburn Hills, estrema periferia ovest di Detroit) mandava in soffitta lo scomodo Silverdome e diveniva la “casa” vera e propria di Thomas & C.

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Il titolo arrivò con una marcia semi-trionfale (4-0 ai Lakers incerottati in finale) e nel 1990 si replicò con un perentorio 4-1 sui Blazers di Clyde Drexler. Ma l’astro nascente dei Chicago Bulls  MJ#23  aveva ormai innestato la freccia e nel 1991 costrinse i Pistons ad abdicare in finale di Conference, travolgendoli 4-0, complici le condizioni imperfette di Isiah Thomas. Due stagioni dopo, Bill Laimbeer si ritirò ed inaugurò così la diaspora che portò in breve tempo a declassare la franchigia del Michigan a semplice comparsa nella seconda metà degli anni Novanta. Ma il ricordo di quel fulgido periodo ancora aleggia sotto le volte di Auburn Hills, che i nostalgici sperano di ritornare presto a riempire con lo speaker che ad ogni intervento difensivo gridava “Deeeetroit basketbaaall“.

 

Un commento su “SUMMER STORIES: L’epopea dei “Bad Boys”

  1. Fabio ha detto:

    Ancora un articolo perfetto che in questo lungo Luglio senza basket, ci riconcilia con il nostro sport preferito. Direttamente dall’epoca d’oro NBA, un gruppo di ragazzotti terribili che che dava il benvenuto a casa loro con un alto tasso di cattiveria sportiva. Guardando la foto in alto e citando un titolo cinematografico del periodo: “Au revoir les enfants”!

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