EASTER EGG – Uno contro uno: Drazen e Vlade

“Slow down, boy, slow down”.

Facciamo qualche nome? Toni Kukoc, Dino Radja, Predrag Danilovic, Zarko Paspalj. E poi Vlade Divac e Drazen Petrovic. Era la Jugoslavia dei tardi anni ottanta, una grande squadra che era stata “pensata” per vincere tutto. Una generazione di talenti come raramente capitavano persino da quelle parti, vero e proprio Dream Team europeo ante litteram, e che giocavano tutti sotto la stessa bandiera. Molti di loro erano compagni di squadra già dalle giovanili, quando erano ancora imberbi sedicenni. In particolare, Divac e Petrovic erano assai legati, al di là delle diverse estrazioni sociali e dei caratteri. L’uno serbo,  altissimo, origini provinciali quasi montenegrine (Prjepolje, vicino al confine), ossa grandi e mani enormi. L’altro, orgoglioso croato di Sebenico, occhi vivacissimi sotto una foresta di riccioli, sul quale a Nostro Signore era un pò scappata la mano: probabilmente pound per pound l’epitome del talento cristallino, coltivato in modo maniacale ed ossessivo passando ore ed ore in palestra a migliorare il migliorabile, quasi luciferino nella sua abilità di trovare il canestro.

Vlade Divac e Drazen Petrovic divisero spesso la camera nei ritiri della nazionale. Protagonisti a Mondiali, Olimpiadi, Europei e tutte le manifestazioni più importanti della pallacanestro internazionale, dove spesso e volentieri risultarono i migliori.  Profondamente differenti tra di loro e non solo per indole, raggiunsero assieme a quella Jugoslavia i massimi risultati possibili. L’unico neo, se così si può dire di un secondo posto ad una Olimpiade, rimase quello di Seoul 1988, dove un altro Principe – quello del Baltico, tale Arvydas Sabonis – alla sua ultima recita sotto la canotta rossa con scritto CCCP, fece letteralmente onde, dando modo al coach Usa John Thompson (incavolato per l’eliminazione dei suoi pezzi da novanta in una storica semifinale) di citare l’usurpato assioma Leninista “I Capitalisti hanno fabbricato la corda con la quale i Comunisti li impiccheranno” riguardo all’operazione chirurgica al tendine del lituano, sostenuta a spese dei Portland Trail Blazers, che all’epoca ne detenevano i diritti Nba.

L’anno dopo,  fu quello della consacrazione: primo posto agli Europei di Zagabria nel giugno 1989, con la seconda che arrivò terza, un dominio assoluto come un gigante in mezzo ai bambini. Anche gli uscieri notarono che a Vlade e Drazen  l’Europa  stava stretta e inevitabile fu l’atterraggio nel pianeta Nba. Divac venne scelto (26° assoluto) dai mitici Los Angeles Lakers di Magic Johnson e presto ne divenne una pedina importante, mentre Abdul-Jabbar riponeva per l’ultima volta nell’astuccio i suoi mitici occhialoni. Petrovic finì a Portland, ottima squadra ma con il reparto guardie intasato (Drexler, Porter, Ainge) come la tangenziale milanese nell’ora di punta. E così, mentre il centro serbo trovava modo di guadagnare spazio e considerazione presso i losangelini, il croato si vedeva costretto a lunghi periodi di panchina all’ombra delle foreste dell’Oregon. Da buoni amici, passavano ore al telefono, durante le quali Vlade spesso rincuorava il compagno di nazionale dicendogli di tener duro, che la sua ora sarebbe arrivata ed avrebbe potuto dimostrare il suo immenso talento anche in America.

Si arrivò così ai campionati mondiali in Argentina nel 1990. Il muro di Berlino era crollato pochi mesi prima, il blocco comunista stava disgregandosi e la nazione slava era sull’orlo di una tremenda guerra separatista e fratricida. Ma i “plavi” (azzurri, in serbo), come erano chiamati i componenti della nazionale, sembravano non avvertire quello che sarebbe successo di lì a poco. Sembravano, ma non era così: parecchio fuoco covava sotto la cenere. Quella volta la Jugoslavia veleggiò a livelli mai visti prima e non steccò l’ultima partita, la finale con l’Unione Sovietica, marchiando con la classe in modo indelebile una superiorità anche psicologica. A partita finita si assistette ad una scena alla quale sul momento nessuno diede peso. Un ragazzo di origine slava – Buenos Aires ha una forte colonia di questa etnia – entrò in campo per festeggiare con una bandiera croata. Vlade Divac si avvicinò e gliela strappò di mano bruscamente. Segui una collutazione.  Preso dai festeggiamenti, Drazen non vide la scena, se ne accorse dalle immagini televisive alla sera in albergo. Non rivolse più la parola a Vlade. In seguito Vlade spiegò che non voleva inquinare con la politica un successo sportivo, che Serbia e Croazia non c’entravano, ma Drazen, l’orgoglioso Drazen, fu irremovibile: quella bandiera strappata proprio in tale circostanza, con la guerra alle porte ed i suoi cari in pericolo di vita, aveva un significato profondo. Profondo come una coltellata.

Nell’estate del 1991 la carriera Nba di Drazen prese una svolta. I Blazers lo cedettero ai New Jersey Nets, dove finalmente esplose con prestazioni che indussero i tecnici Usa a ricredersi. Il suo mortifero tiro da tre punti e le sue finte particolari – dovute anche ad un piccolo difetto fisico, una gamba più corta dell’altra – gli regalarono la tanto attesa rivincita. Intanto Vlade viveva l’epitaffio dello showtime gialloviola ergendosi ad uno dei migliori centri della lega a stelle e striscie, arrivando a giocare la finale NBA di quell’anno, uscendone sconfitto per 4-1 dai Chicago Bulls (primissimo dei sei trionfi di Sua Maestà Michael Jeffrey Jordan).

Il 1992 fu l’anno delle Olimpiadi di Barcellona, passate alla storia come quelle dove si esibì il Vero Dream Team. Contro l’originale creazione voluta da David Stern, la neonata Croazia di Drazen (e di Toni Kukoc e Dino Radja) fu l’unica ad opporre una seria resistenza arrivando a giocarsi la finale per l’oro, non solo per farsi autografare il pallone dalle mitiche stelle Nba ma con l’intento (riuscito) di giocarsi un match vero, al di là del punteggio finale. Ormai era fatta: Petrovic era un nome ben conosciuto in tutto il pianeta e  poteva così l’anno seguente rinegoziare il suo contratto con i Nets, con la non troppo segreta speranza di portare i suoi talenti verso una franchigia che gli desse la possibilità di giocare per il titolo, oppure dare ascolto alle sirene greche che parevano sempre più insistenti. La sua Croazia gli chiese di partecipare alle qualificazioni per l’Europeo nella tarda primavera 1993 e Drazen non si tirò indietro. Conclusa la trasferta in Polonia, la nazionale si radunò per andare all’aeroporto e tornare in patria, ma Drazen decise di tornare in macchina con la fidanzata. Stanco e provato dai trasferimenti, si mise a dormire dopo pochi chilometri, lasciando lei alla guida. Non si sveglierà più.

Se ne andò quella mattina del 7 giugno 1993, in una fredda pioggerellina vicino Denkendorf, sud della Germania, quando la sua Volkswagen Golf ebbe un violentissimo  impatto contro un camion proveniente dalla direzione opposta. Se ne andò troppo presto, a 28 anni, lasciando troppo sola la sua giovane Croazia che ancora oggi, a più di vent’anni dalla sua morte, lo piange come si fa con gli eroi. E come lo fa l’amico di una volta, Vlade Divac, oggi 46enne presidente del Coni serbo, che nel bellissimo documentario “Once Brothers” – dal quale chi vi scrive ha attinto parecchio – ci parla della sua amicizia con Drazen Petrovic e su come la guerra e le incomprensioni abbiano diviso le loro strade. Lo trovate su Youtube: con la sua straziante bellezza è una autentica perla che vale la pena cogliere.

“Slow down, boy, slow down” (Audie J. Norris, centro blaugrana del Barcellona, rivolto a Petrovic, che con la canotta bianca del Real ne metteva tre alla volta, beffardo, irridente ed inafferrabile: vacci piano, ragazzo, vacci piano…).

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ommenti su “EASTER EGG – Uno contro uno: Drazen e Vlade

  1. Fabio ha detto:

    Dopo l’Oscar natalizio, ora i fratelli / nemici serbo croati pasquali. Grazie per questi bellissimi articoli che allietano con il grande basket scritto questi giorni di festa.

  2. anonimo ha detto:

    Lucide parole che ti rimandano indietro negli anni e che, con un fremito nostalgico, ti fanno chiudere gli occhi e ripassare mentalmente quei canestri da sogno.

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