Christmas Story: IL GIORNO CHE STRINSI LA “MANO SANTA”

“Giancarlo, dobbiamo prendere quello lì, quel brasiliano che fa canestro e piange”

Estate 1982, Caserta. Giancarlo è Giancarlo Sarti, general manager della Juve Caserta sponsorizzata Indesit. Il suo interlocutore è Bogdan Tanjevic, coach montenegrino che non ha bisogno di presentazioni, attivo ancora adesso (ha guidato la Turchia durante gli ultimi Europei in Slovenia). Ed il brasiliano che fa canestro e piange? Beh, quello  è Oscar Daniel Bezerra Schmidt, meglio noto come Oscar, “mao santa”, ovvero mano santa, soprannome con il quale era conosciuto in Sudamerica.

Quell’estate a Caserta si stava schiudendo una realtà che , nel giro di una decina di favolose stagioni, avrebbe portato la squadra del cavalier Maggiò ai vertici tecnici in Italia ed in Europa. Eppure l’arrivo di quel ventiquattrenne brasiliano di Natal passò quasi inosservato: Caserta era in serie A-2, lontana dai grandi riflettori del basket che contava anche se nel settore giovanile un paio di ragazzuoli si stavano facendo largo, i quindicenni Ferdinando Gentile (oggi papà di Alessandro e Stefano, giocatori di Milano e Cantù) e Vincenzino Esposito (che, notizia di questi giorni, si è rimesso la canotta a 45 anni per giocare in Legadue con Imola). Ma torniamo ad Oscar. Ala di 204 cm, tiratore per il quale la parola “irreale” non rende l’idea, Boscia Tanjevic lo conobbe nella tarda estate di un paio d’anni prima, quando con il suo Bosna Sarajevo campione d’Europa si recò a San Paolo per giocare la finale di Coppa Intercontinentale. Qui, in una atmosfera inebriante, il Sirio ebbe la meglio sul Bosna, con una rimonta straordinaria nei minuti finali, sospinto dall’entusiasmo del pubblico ma soprattutto dai canestri di Oscar, che letteralmente segnava e piangeva per la rabbia agonistica e la gioia in una irripetibile catarsi cestistica.

Lacrime e canestri, canestri e lacrime. La storia di Oscar è legata a doppio filo a queste due parole. Le lacrime di gioia per la clamorosa vittoria ai Giochi Panamericani del 1987, quando con il Brasile sconfisse gli Usa a casa loro in quel di Indianapolis con i canestri di Mano Santa in finale (45 punti), e quelle di rabbia versate in  molte, troppe occasioni nelle quali Caserta si trovò la strada verso lo scudetto sbarrata da Milano, Pesaro e persino Roma. Appare persino grottesco che l’unico titolo casertano arrivi un anno dopo il suo trasferimento a Pavia. Pure in Europa non ebbe la gloria che meritava, soprattutto nella sfortunata notte ateniese di finale di Coppa delle Coppe quando i suoi 44 punti non bastarono contro i 62 (!) del “Diavolo di Sebenico” al secolo Drazen Petrovic. Basket d’altri tempi, che forse le giovani generazioni non conoscono, ma farebbero bene ad andare a ricercare su YouTube, dove vi sono autentiche chicche del passato che meritano di essere (ri)scoperte.

Gennaio 1985, Epifania, Roma. Chi vi scrive stava svolgendo nella città eterna il servizio militare (allora obbligatorio) e nei giorni festivi non trovava di meglio che – assieme ad un suo camerata tifoso pesarese – cercare di sbirciare qualsiasi partita di basket, meglio se di serie A. Quel giorno il menù proponeva BancoRoma contro Indesit Caserta alle 18 al PalaEur (oggi PalaLottomatica) ed il duo baskettaro ciondolava nei pressi già da qualche ora. Il freddo inverno capitolino di quell’anno consigliava di rinchiudersi in qualche locale ed il caso ci fece scegliere quello in cui avevano trovato rifugio qualche giocatore e dirigente dell’Indesit, in attesa di presentarsi al palazzone. Gomitatine tra commilitoni: “Ehi, ma quello non è Oscar?”. Il brasiliano si trovava lì come un avventore qualsiasi e discorreva nel suo caratteristico italo-portugueeese con i suoi compagni, non disdegnando sorrisi a destra e a manca verso chi lo notava e lo indicava. Il duo di cui sopra si avvicinò con il dovuto rispetto a cotanta icona del basket mondiale ed i pochi minuti che seguirono furono tra quelli che non dimenticherà facilmente. Oscar si dimostrò persona veramente favolosa,  al di là del mito che lo precedeva e lo seguiva e dopo aver amabilmente conversato ci salutò dandoci la mano. La “mano santa” che per un paio di baskettari voleva dire il massimo…

Percorso troppo facile quello delle cifre per illustrare meglio la carriera di Oscar Schmidt, fedelissimo alla sua nazionale dove detiene un sacco ed una sporta di record, dal maggior numero di punti in singola partita alle Olimpiadi (55, contro la Spagna a Seoul 1988) alla media più alta (42.2). Smessa la canotta verdeoro a quarantaquattro anni suonati, è ancora oggi l’insuperato ed insuperabile bomber della serie A italiana con la media di oltre 34 punti a partita. Ma più che le statistiche, viene ricordato per la grande carica di umanità che ha trasmesso ed il ricordo come persona che ha lasciato. In quel tempo una assurda normativa non permetteva a chi giocava nei pro della NBA di poter rispondere alla chiamata della propria nazionale, in quanto non era concessa la riqualificazione come “dilettante”. Oscar rinunciò al camp – ed al probabile contrattone – dei New Jersey Nets nel 1984 in quanto non volle perdere la possibilità di aiutare la propria nazionale brasiliana.

Non giocò mai, neppure per un  minuto, tra i migliori del mondo, ma la sua fama ha valicato gli oceani e nello scorso settembre la Hall Of Fame di Springfield, quella vera, lo ha ammesso tra i grandissimi del gioco. Chi ne ha ascoltato il discorso di introduzione (cercatelo su YouTube) non ha potuto fare a meno di sentire i brividi sulla pelle e di lasciar andare qualche lacrimuccia: dopo aver vinto mille battaglie sui campi di tutto il mondo, Oscar sta lottando per quella più importante, per la sua vita. Ma la sta affrontando con tutto il suo entusiasmo, con la sua carica umana e passionale che lo ha reso il simbolo di una generazione.

Ne sono certo, lotterai ancora per vincere. Tra lacrime e canestri.

Buon Natale, Campione.

schmidt

ommenti su “Christmas Story: IL GIORNO CHE STRINSI LA “MANO SANTA”

  1. Fabio ha detto:

    Bellissima storia perfetta per il Natale. Grazie, per questa serie di anedotti legati a un mito della mia generazione. Un fuoriclasse carico di umanità, forse non un campione, ma certamente un esempio da seguire per tutti i moderni baskettari. Grazie allo scrivano per averci messo sotto l’albero questo splendido regalo natalizio.

  2. oscar ha detto:

    Di Oscar ho un ricordo indiretto e molto poco cestistico. Ma sempre con qualcosa di santo ha a che vedere.
    Mi trovavo in pieno sertao brasiliano, un posto sperduto e caldo come solo una volta era caldo ed entrai in un luogo che sembrava una fattoria dei telefilm di Zorro ed invece era una sorta di convento. Stavo cercando una suora , entrai in una stanza con un televisore e lì trovai sei o sette suore , che guardavano una partita di pallacanestro. Mi dissero ” Oggi gioca Oscar , dà l’addio la basket e non possiamo perderlo”. Vedendo la mia faccia incuriosita ( che scambiarono per una critica, perchè non sapevano della mia passione cestistica), quasi a scusarsi ed intimidite, cambiarono canale e si sintonizzarono su improbabili canali religiosi del luogo. ” Vediamo anche questi ” sussurrarono, ma ritornarono subito a vedere la loro partita e potei parlare con loro solo quando finì.

  3. Alessandro67 ha detto:

    L’articolo è veramente il + bel augurio di Natale, che la società potesse fare. Il video del suo discorso alla Hall of Fame è da pelle d’oca ed è un grande insegnamento per tutti i giovani che oggi giocano a pallacanestro. Per la nostra generazione un cammino a ritroso nei ricordi sportivi della nostra età + bella.

  4. gabbo9k ha detto:

    Complimenti davvero per l’articolo…bellissimo! Non ho avuto la fortuna di vederlo giocare, ma ho rivisto alcune sue partite su you tube…pazzesco! oltre che alla puntata “miracolo a Caserta” del programma SFIDE…che bei tempi…peccato davvero non averli vissuti.
    un super abbraccio a presto…ah auguriii a tutti

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